Lockdown, movida e strafalcioni

CoVstat_IT è un esperimento, un azzardo, una sfida. Un esperimento, perché abbiamo letteralmente provato a vedere cosa sarebbe successo applicando il modello elaborato dal gruppo di lavoro che ruota intorno a Vincenzo Nardelli, Luigi Giuseppe Atzeni e Andrea Palladino, a un’epidemia di cui tutti, e noi in particolare, sapevamo molto poco. Un azzardo, perché nel farlo ci siamo messi in gioco e stiamo continuando a farlo: abbiamo pubblicato delle previsioni e ce ne siamo assunti la responsabilità, proprio come continueremo a fare, nelle prossime settimane, pubblicando le nostre ricerche sulla situazione economica. Una sfida, perché vogliamo proporre una forma di dibattito pubblico quasi rivoluzionaria, nella sua semplicità: raccogliamo dati, li analizziamo, forniamo una nostra interpretazione che proponiamo a chi ci legge, assumendo posizioni chiare senza farci irretire dalla logica degli schieramenti.

Sembra, infatti, che in Italia non si possa avere un’opinione senza doversi, con ciò, schierare da qualche parte, dare ragione a qualcuno e dare addosso a qualcun altro. Questa è una delle forme più diffuse, ma non meno gravi, di privazione della libertà: il mio diritto ad avere un’opinione, per quanto strampalata, si fonda sul principio che essa sia davvero mia, e non il risultato di una scelta di campo. Non è solo una questione di politica, ma di attitudine mentale e culturale, per cui le idee non valgono di per sé e per gli argomenti che portano, ma per la loro compatibilità con altre componenti di una visione del mondo, spesso raffazzonata e incompiuta, ma proprio per questo tanto più cogente.

Abbiamo sottolineato più volte l’importanza della complessità e del dubbio, sostenendo che la prospettiva scientifica cerca di trovare delle regolarità anche nei contesti meno ovvi, ma che proprio per questo è sempre pronta a mettersi in discussione. Rispetto a tutto questo, dovrebbe stupire quanto, in una crisi nella quale tutte le autorità hanno detto di volersi affidare alla scienza, continui a prevalere un atteggiamento profondamente antiscientifico. Dovrebbe stupire ma, purtroppo, stupisce ben poco: siamo sempre quel paese in cui, per citare Michele Rech in arte Zerocalcare, “è meglio pigliarsi un calcio in bocca che du’ spicci de responsabilità” e la prospettiva della scienza (e della libertà) è agibile soltanto a patto di prendersi tutte le responsabilità. Ecco, allora, che vediamo tre atteggiamenti tipici, nelle posizioni assunte tanto dalle autorità di vario livello, quanto dai media e dai cittadini:

  • la fallacia massimalista, per cui tutte le opzioni possibili vengono ridotte ai due estremi opposti, espellendo di fatto dal dibattito ogni alternativa. Un esempio tipico è la discussione sul lockdown, la riapertura e la fase 2, in cui sembra che ci siano solo due alternative: chiusura totale o massima anarchia, tra chi ieri insultava i runner dal balcone e oggi denuncia ogni persona che non vada coperta con lo scafandro e chi vede nella mascherina la nuova frontiera della biopolitica. Dovremmo avere il coraggio di guardare, semplicemente, le cose che abbiamo davanti e dire che le otto settimane di chiusura draconiana imposte all’Italia hanno probabilmente salvato il Paese da conseguenze più gravi, ma che altrove, lavorando più e meglio sul fronte sanitario, hanno ottenuto risultati molto migliori con misure di distanziamento meno drastiche e meno prolungate. Soprattutto, dobbiamo dire che, se si vuole parlare di “rischio calcolato”, sarebbe opportuno conoscere questi calcoli. Noi abbiamo proposto delle soglie locali sul modello tedesco e anche il più sofisticato sistema usato a Berlino: non pretendiamo che il governo segua le nostre indicazioni ma, da cittadini, pretendiamo che almeno ci dica con quale criterio si prendono le decisioni.
  • poi c’è la ricerca del capro espiatorio: se prima erano i runner, oggi si punta sulla movida, gridando allo scandalo per le immagini di giovani irresponsabili che potrebbero scatenare l’epidemia con la loro scellerata incuranza. Si tratta di un film già visto, quando è scattato l’allarme per il rientro al Sud di giovani meridionali che lavorano o studiano in Lombardia, in particolare a Milano: doveva esserci l’ecatombe, non è successo nulla di rilevante. Anche in questo caso, si cerca di trasferire un problema sanitario sul piano morale, per individuare in anticipo un colpevole da additare nel caso in cui le cose andassero storte, salvo far finta di nulla se, come probabile, tanta indignazione dovesse rivelarsi infondata. Anche qui, è difficile ignorare la spiacevole sensazione che si faccia tanto rumore perché si va a tentoni, senza un adeguato sistema di monitoraggio dell’epidemia e senza avere risposte sanitarie ben definite, salva la buona volontà, anzi l’eroismo (sfortunato il paese che ha bisogno di eroi diceva qualcuno) del personale sanitario.
  • a coronamento di tutto questo, gli strafalcioni di esponenti politici e gli errori, tragici e grotteschi, di iniziative a favore di telecamera (e di raccolta fondi) ma scarsamente ponderate. Ogni riferimento alla regione Lombardia, sia chiaro, non è fortuito né casuale, ma il problema non è solo questo, purtroppo. Il problema è quello di una politica che non si mette mai in discussione e che reagisce alle critiche attaccando la parte avversa o tirando fuori la retorica dell’emergenza, cui abbiamo dedicato diverse riflessioni (l’ultima, qui).

Se è necessario richiamare tutto questo, non è per rivendicare una differenza, che non sta a noi affermare e che, semmai, dobbiamo dimostrare ogni giorno. Al di là dei tentativi, più o meno riusciti, di interrogarci sul modello economico e sociale da sviluppare, o di comprendere nel modo più oggettivo possibile cosa pensino gli italiani dei provvedimenti governativi, si tratta di trovare un metodo di analisi dei dati e di elaborazione delle idee che sia all’altezza dei tempi e delle loro incertezze. Siamo forse usciti dalla fase più drammatica dell’epidemia e abbiamo qualche dubbio che le lezioni siano state apprese sul piano della risposta sanitaria; ma è certo che le conseguenze di questa crisi sul piano economico, sulla coesione sociale, sullo stesso tessuto democratico dell’Italia (e non solo) restano ancora tutte da affrontare. Sappiamo solo una cosa: che per affrontarle, dovremo capirle. Speriamo di riuscire a dare qualche contributo in questo senso; di certo, ci proviamo.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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