L’occasione perduta

Otto Neurath, sociologo, economista e filosofo della scienza d’inizio Novecento, diceva che gli scienziati sono “come marinai che devono ricostruire la loro imbarcazione in mare aperto, senza poter ricominciare mai daccapo. Quando si toglie una trave, bisogna metterne un’altra al suo posto, usando il resto della barca come sostegno. In questo modo, riutilizzando il vecchio legname e recuperando rottami dal mare, la barca può essere completamente rinnovata, ma soltanto attraverso una ricostruzione graduale”. Ciò che tiene insieme la barca della scienza, insomma, non è tanto il materiale (le nozioni) ma la coerenza generale della sua costruzione (la sistematicità): come in ogni momento bisogna calibrare con grande attenzione ogni intervento per non rischiare di affondare tutta l’imbarcazione, così la progressione della ricostruzione può essere costantemente rintracciata e rimessa in discussione.

Insomma, la scienza non è un insieme di nozioni scollegate ma il metodo che permette di passare dall’una all’altra, verificandone ogni volta la solidità e sostituendole solo quando vi sono alternative migliori. La coerenza di questo metodo e la documentazione di ogni passaggio permettono anche, per proseguire l’allegoria di Neurath, di imbarcare nuovi marinai e persino di sostituire l’intero equipaggio, senza che la nave cessi in suo viaggio. La scienza è un’impresa sociale, come tutte le grandi avventure dell’umanità: per questo motivo, i contributi dei singoli contano soltanto nella misura in cui possono essere riconosciuti e fatti propri dalla comunità scientifica, che ha il dovere di valutarli e metterli alla prova; allo stesso modo, le singole teorie valgono solo nella misura in cui sono coerenti con le altre o definiscono nuovi paradigmi che permettano di mantenerne le acquisizioni. Per esempio, la teoria copernicana si è affermata rispetto a quella tolemaica perché riusciva a spiegare (meglio) gli stessi fenomeni della precedente e altri ancora, in modo più coerente.

Queste dinamiche sono ancora più evidenti quando ci si trova di fronte a fenomeni nuovi, da spiegare e comprendere anche senza che ciò debba comportare particolari cambiamenti nell’armamentario teorico di base, come quando viene scoperto un nuovo virus.

Si assiste, in questi casi, a una progressiva estensione della conoscenza, che passa dal sequenziamento del genoma alla definizione delle possibili mutazioni, dalla comprensione delle sue interazioni con l’organismo umano alla descrizione di tutte le conseguenze patologiche, dalla sperimentazione delle prime terapie alla messa a punto del vaccino, dalla definizione delle modalità di trasmissione all’elaborazione di studi epidemiologici, in un complesso di ricerche che attraversa varie discipline e passa dai laboratori alle corsie degli ospedali e viceversa. Tutto ciò è molto affascinante, ma è chiaro che, per quanto si possa conoscere sempre di più, un percorso del genere è disseminato di false piste e prima di arrivare a qualche certezza si producono necessariamente numerosi dubbi; esiste certamente l’urgenza di prendere decisioni informate, ma è chiaro che i rischi sono inevitabili. Per questo, è opportuno avere protocolli operativi ben definiti e costantemente aggiornati, messi continuamente in discussione ogni volta che emergono nuove prospettive o i risultati ottenuti non sono soddisfacenti. Una delle ragioni per cui in Veneto o in Emilia-Romagna si sono ottenuti risultati migliori che in Lombardia è stata proprio la prontezza e la decisione con cui si è provveduto a cambiare questi protocolli, assumendosene il relativo rischio; lo stesso è avvenuto in Germania, dove le linee guida specifiche per la nuova pandemia, uscite il 4 marzo, sono state più volte rivedute, già a partire dal 13 dello stesso mese.

Questa struttura si presta poco a una narrazione convenzionale, il cui svolgimento, come abbiamo visto, si dipana nel senso dell’eccezionalità e che ha bisogno di protagonisti riconoscibili: basta leggere una qualsiasi storia della scienza di taglio divulgativo per trovarsi sempre di fronte alla stessa vicenda, quella del genio solitario che lotta tutta la vita contro i pregiudizi della grigia accademia fino a che la sua scoperta rivoluzionaria viene riconosciuta e gli vengono tributati i giusti onori (versione edificante) o muore nell’ombra, per essere tardivamente riscoperto (versione strappalacrime). Questo clichè, trapiantato nelle logiche dei giornali, della televisione e dei social, ha generato la figura dell’esperto da salotto, un personaggio con il dovere di sciorinare pareri e sfornare certezze, auspicabilmente in conflitto con un suo pari.

Adesso che il ciclo epidemico sembra essere finalmente orientato al ribasso in modo stabile, possiamo essere certi che il ruolo finora toccato ai virologi tornerà in mano agli economisti, per poi passare agli esperti della prossima emergenza. Se tutto questo fosse solo una questione di folklore mediatico, non ci sarebbe troppo da preoccuparsi; il problema è che non è mai “solo” così. La qualità del discorso pubblico, e quindi dei media, incide direttamente sul criterio con cui vengono prese le decisioni e sulla consapevolezza dei cittadini, quindi sullo stesso tessuto democratico, come era stato notato in un editoriale del 13 aprile.

Bisognerebbe essere capaci di costruire un altro tipo di narrazione, che segua il vero, appassionante lavoro di chi ricostruisce la barca in mezzo al mare: raccolta e interpretazione dei dati, elaborazione di un’ipotesi, verifica dell’ipotesi e così via, mentre l’imbarcazione prende forme spesso inattese. Forse è chiedere troppo ai nostri media: questa epidemia avrebbe potuto essere una buona occasione, ma è stata perduta. Forse non è un caso che, dove l’informazione si è occupata più dei dati che della popolarità degli esperti, si siano ottenuti risultati migliori anche nel contrasto dell’epidemia.

Questa volta è andata così, ma consoliamoci: difficilmente la prossima andrà meglio.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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