La scala da costruire

Nel pezzo precedente, si è visto come la crisi, nata nel 2008 dai subprime e arrivata cinque anni dopo a colpire il debito sovrano di diversi Paesi europei, abbia segnato un punto di svolta nei rapporti tra finanza, politiche pubbliche ed economia reale. La crisi ha mostrato un problema profondo di insostenibilità nel rapporto tra finanza e società, tanto strutturale quanto istituzionale. In termini strutturali, è chiaro che questo rapporto ingenera storture molto pericolose, che vanno dalla gestione delle start-up, sempre meno orientata allo sviluppo di soluzioni e tecnologie che funzionino e sempre più ad attrarre capitali per acquisire una posizione dominante (qui si trova un’eccellente analisi degli effetti perniciosi di questo approccio sulla capacità di produrre innovazione), agli effetti dei flussi finanziari sulla società, come nel caso della bolla immobiliare americana, in cui la necessità di disporre di mutui per costruire leva finanziaria ha fatto inondare il mercato di liquidità allo scoperto, gonfiando i prezzi e pompando gli acquisti oltre ogni sostenibilità, con il risultato che milioni di risparmiatori si sono trovati allo scoperto dopo aver comprato case che d’improvviso non valevano più nulla. Sul piano istituzionale, la fragilità del debito pubblico rispetto alla mole enormemente maggiore dei derivati rende le politiche finanziarie ostaggio di questi mercati, a loro volta controllati in modo opaco e quasi monopolistico da un numero relativamente ridotto di decisori, che peraltro agiscono su parametri del tutto astratti e autoreferenziali.

La questione è quindi, nel senso più pregnante del termine, politica: riguarda le istituzioni fondamentali della società, le forme secondo cui le diverse istanze si ingranano le une sulle altre, le modalità con cui trovano rappresentanza e il funzionamento del circuito decisionale cui tutto questo viene delegato. Al tempo stesso, e proprio per questo, non è semplicemente politica, nel senso che non può essere risolta con interventi legislativi o con l’intervento di poteri statuali o comunitari. Quello che è in gioco è un vero e proprio dispositivo sociale; in altre parole, per citare un precedente articolo, si tratta di “un’istanza che raccoglie, regola e uniforma i diversi processi che avvengono all’interno della società, assegnando loro uno specifico valore”. Ora, pretendere di regolare completamente il funzionamento di questi dispositivi è il grande sogno di ogni totalitarismo, tanto che proprio il fallimento di questi progetti è in genere la causa della loro rovina (quando non vengono sconfitti in guerra). Ora, prima di procedere oltre, è necessario capire alcuni tratti fondamentali dei dispositivi sociali, di cui l’economia finanziaria è solo un esempio:

  • innanzitutto, si tratta di forme storicamente determinate, vale a dire del modo in cui le relazioni sociali si organizzano in un contesto dato. In altre parole, non esiste una necessità interna secondo la quale, per esempio, il valore di un’azienda coincida con la sua capitalizzazione in borsa o la valorizzazione dei crediti bancari debba usare la stessa moneta spendibile in funzioni completamente diverse, come le transazioni commerciali o gli investimenti. L’economia stessa, quindi, è una scienza sociale, che descrive alcune forme di interazione umana, e non una scienza naturale, che definisce le caratteristiche fondamentali di fenomeni universali;
  • in secondo luogo, si tratta di sistemi parzialmente formalizzati, vale a dire che si radicano in pratiche e valori condivisi, più che in norme compiute. Per rimanere in tema, il mercato finanziario si forma a partire da quello che fanno i suoi attori e forma i suoi strumenti e le sue soluzioni sulla base delle esigenze che ne emergono, secondo un processo di stratificazione per cui, su un sostrato di pratiche esistenti se ne sviluppano altre che, a loro volta, si consolidano e ne originano di nuove. Per esempio, gli MBS (Mortgage-based securities), cioè i derivati basati su mutui immobiliari che hanno formato la bolla del 2008, si basano su uno strato di norme che, negli USA, vanno dal 1968 al 1989, ma sono diventati una leva finanziaria imponente soltanto quando, a partire dai primi anni Duemila, il sistema del credito ha iniziato a farne un uso massiccio;
  • infine, e questo è il punto più importante, questa stratificazione produce, come abbiamo visto nell’articolo sull’organizzazione dei network, delle transizioni di fase. Come la continua accumulazione di pratiche ne fa nascere di nuove il cui valore si basa sulle precedenti fino a che il fondamento iniziale si perde completamente di vista (i derivati ne sono un esempio classico), così i valori di riferimento diventano sempre più interni, ossia si generano all’interno del sistema stesso. Ecco, allora, che gli scambi all’interno del sistema finanziario diventano preponderanti su quelli con l’esterno e che ciò che sta fuori dalla finanza acquisisce valore soltanto in quanto possa esserne riassorbito.

A queste condizioni, è chiaro che l’uscita dal dominio del network finanziario richiede la messa in opera di pratiche differenti, che possano costruire nuovi dispositivi o, meglio, dare nuova centralità ad altri già esistenti e, così facendo, riconfigurarli. Qui torna in gioco la doppia centralità di economia verde e digitalizzazione, se non altro perché definiscono dei parametri di valore necessariamente diversi da quelli finanziari. Nel primo caso, gli interventi vengono valutati in funzione della loro sostenibilità ambientale, un valore non direttamente finanziarizzabile; nel secondo, a partire da un criterio ancora più complesso, vale a dire la compatibilità con un framework digitale dotato di caratteristiche di protezione trasparenza ed efficienza che, a loro volta, non sono riducibili ad altre dimensioni, visto che sono prese come misure di riferimento.

Ma questo è solo un passaggio, necessario ma non (ancora) sufficiente. Da un lato, la ripresa di investimenti guidati da una precisa azione politica e mirati direttamente alla realizzazione di interventi precisi, secondo un approccio autenticamente da Piano Marshall, è senz’altro un importante cambiamento di passo rispetto al semplice conferimento di somme agli istituti di credito o al riacquisto di bond; dall’altro, affinché vi possa essere un reale cambio di paradigma, è necessario che questi cambiamenti siano davvero trasformativi. Per usare una metafora, lo sviluppo di un dispositivo sociale non avviene per via lineare ma assomiglia a una scala a chiocciola, a una spirale ascendente, in cui si sale di livello soltanto procedendo, nello stesso tempo, anche in un’altra direzione.

Qui la direzione è data dal mercato, inteso nel suo senso più pieno, come luogo di mediazione di istanze diverse, che restano irriducibilmente tali. Un mercato che non sia quello che siamo abituati a considerare tale, il mercato finanziario in cui tutto è uguale e ripete se stesso in continuo accrescimento senza senso (i cultori dell’Idealismo vi possono facilmente ravvisare la Schlechte Unendlichkeit hegeliana) ma, appunto, un luogo che ha senso per ciò che vi accade. Per questo, in precedenza, si parlava di economia digitale di mercato: in questo modello sarebbero al centro i bisogni che vengono appagati dalle transazioni e le relazioni che vi si instaurano, con una catena del valore che si prolunga in tutto il ciclo di vita degli oggetti e favorisce le forme di economia circolare.

La costruzione di questo dispositivo richiede certamente l’osservanza di requisiti funzionali fortemente innovativi, ma qui la centralità dell’elemento ambientale, con l’identificazione di un quadro di valori del tutto autonomo e, al tempo stesso, di forme di tracciamento decentrato, in cui gli utenti possono continuare a valorizzare gli oggetti digitali, possono fornire una traccia delle possibili relazioni da sviluppare e, conseguentemente degli interventi da programmare e delle possibili norme di riferimento, per sviluppare quella fondamentale massa critica di connessioni a partire da cui si possa strutturare un network.

Per questo, bisogna avviare una riflessione approfondita su questo modello di rete, che potrà cominciare solo con il prossimo pezzo.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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