La costruzione di un nuovo modello

Proviamo a tirare le fila, a partire dalle considerazioni fatte sinora. Già qualche settimana fa avevamo sollevato il problema di chi potrà attuare quel nuovo Piano Marshall di cui si parlava in relazione all’emergenza economica legata alla pandemia, sottolineando che un piano del genere non può limitarsi alla spesa pubblica assistenziale “a pioggia” ma deve passare per investimenti mirati e progetti dettati da una strategia di sviluppo ben definita: su questo versante, gli attori tradizionali sembrano in difficoltà, mentre appare potenzialmente più incisiva l’azione di grandi corporation e persino di singoli super-ricchi. Poi abbiamo individuato uno dei più evidenti punti di fragilità del modello industriale attuale nelle condizioni di sicurezza delle fabbriche che, per non mettere a repentaglio intere filiere produttive, devono introdurre nuovi standard globali, il che solleva nuovi problemi di governance. Infine, abbiamo visto che questa crisi richiede un radicale ripensamento delle cosiddette esternalità, mettendo in questione i fondamenti stessi della catena del valore: ancora una volta, tutto ciò pone il problema del modello economico e sociale, che non sembra più sostenibile nei termini cosiddetti ultra-liberisti della prima fase della globalizzazione industriale.

Di primaria importanza è anche la questione ambientale, rimasta un po’ sullo sfondo durante l’emergenza coronavirus, anche perché la drastica riduzione di tutte le attività economiche prodotte dal lockdown globale ha imposto una pausa all’emissione di sostanze inquinanti. Ma è chiaro che ci vuole ben altro, vale a dire una radicale riprogettazione del nostro modo di produrre e consumare. Qui si potrebbe prospettare un’occasione storica: gli interventi di grande portata annunciati dalla Commissione Europea per il Green Deal e l’agenda digitale, uniti a quelli per superare la crisi economica prodotta dal COVID-19, potrebbero avere la massa critica necessaria a cambiare le regole del gioco. La macchina produttiva è stata costretta a fermarsi, ed è più facile intervenire sul motore e orientarla in un’altra direzione quando è ferma che quando è in moto.

Al di là della volontà (e forse anche della capacità) della Commissione Europea di cogliere davvero questa occasione, è comunque necessario comprendere bene che cosa si intenda, in generale, come “modello economico”:  le espressioni di questa generalità, infatti, sono spesso assai vaghe e, proprio per questo, sembrano descrivere fatti scontati, se non ineluttabili, persino “naturali”. Mettere questi fatti in prospettiva, pertanto, è necessario sia a comprenderli, sia a capire se vi possano essere alternative e quali esse siano. Nelle grandi linee entro cui un testo come questo deve muoversi, possiamo definire l’attuale modello economico e sociale sulla base di questi tratti fondamentali:

  • la centralità del valorizzazione degli investimenti: sembra persino evidente che si investano risorse per incrementare il proprio patrimonio, ma ci si dimentica che il valore non è un dato assoluto, ma una convenzione sociale. Così come alcune pratiche indubbiamente remunerative possono andare incontro alla riprovazione o essere persino messe al bando (si pensi alla schiavitù), così esiste una differenza sostanziale tra le ragioni che spingono un singolo investitore a mettere in gioco i suoi capitali e il valore sociale dell’impresa che viene sostenuta;
  • la netta separazione tra iniziativa privata e responsabilità sociale, per cui la prima agisce secondo le celebri leggi di mercato, viste come costanti necessarie e imprescindibili al pari di quelle naturali (con il non trascurabile effetto collaterale di aver trasformato l’economia da scienza descrittiva, che indaga un particolare ambito di comportamenti sociali a scienza prescrittiva, che stabilisce leggi universalmente valide, come la fisica o la biologia), mentre la seconda deve farsi carico di tutto ciò che ne resta al di fuori;
  • la prevalenza della finanza, dato che i flussi di capitale sono fondamentali per ogni iniziativa, il che li rende autonomi e determinanti rispetto a ogni processo che ne ha bisogno, con il risultato che praticamente tutti gli ambiti dell’economia, e conseguentemente della società, sono valutati soltanto in funzione della leva finanziaria che vi può venire applicata.

Tutto ciò produce una serie di conseguenze tipiche di questo modello, con le quali dobbiamo fare continuamente i conti. La prima, che abbiamo visto, è la moltiplicazione delle esternalità: dato che gli investimenti devono produrre ritorni, tutto ciò che non ha questa funzione ne viene espulso. L’enorme impatto ambientale di questo modello produttivo ne è solo la conseguenza più evidente. La seconda conseguenza è il rovesciamento del rapporto tra capitale e società: se tutto ciò che “non rende” viene scaricato al di fuori del ciclo di valorizzazione, e se questo è il solo in grado di attrarre capitali, allora è chiaro che le risorse tendono a spostarsi sempre più verso l’interno di questo ciclo, lasciandone sempre meno a disposizione del resto. La terza è il moral hazard: visto che il capitale finanziario è determinante rispetto a qualsiasi altra istanza, le conseguenze di un suo crollo sarebbero insostenibili per tutti, con il risultato che l’intero corpo sociale deve garantirne la stabilità, assumendosi ogni costo dei suoi fallimenti.

Tutto ciò produce un risultato apparentemente paradossale: il capitale sta provocando il crollo del capitalismo, inteso come il sistema nel quale le risorse economiche vengono allocate con la massima efficienza dal sistema di mercato. Proprio il mercato, infatti, è un formidabile meccanismo di mediazione, in cui denaro (il quantificatore universale) permette di far incontrare diverse esigenze, che altrimenti avrebbero difficoltà a venire soddisfatte. In altre parole, il mercato serve da terreno comune per la soddisfazione di bisogni che nascono al suo esterno: secondo gli esempi di scuola, il calzolaio che vuole comprare del vino vende le sue scarpe a qualcuno disposto a pagarle e lo scambio commerciale serve, appunto, a fornire a tutti gli attori quanto necessario a soddisfare i loro, disparati, bisogni.

Il mercato, insomma, si trova in una continua tensione dialettica tra la sua capacità di attrarre ogni esigenza nel suo ambito, nel quale riesce a rappresentarle tutte adeguatamente, e la necessità di mantenere uno spazio esterno in cui questi bisogni possano maturare e soddisfarsi, grazie alle risorse reperite sul mercato. Rispetto a ciò, il totalitarismo del modello attuale, fondato sull’astrazione del ritorno sugli investimenti, perde ogni concreto richiamo alla realtà e, con ciò, si avvita nelle proprie contraddizioni. Una buona rassegna di queste contraddizioni si trova in un articolo apparso recentemente su Milano Finanza nel quale, in modo forse un po’ disorganico e discontinuo, viene fatta una rassegna abbastanza esauriente di tutti i nodi dell’attuale modello e della difficoltà di risolverli.Chiaramente, la soluzione non può essere semplicemente il ritorno al modello di economia sociale di mercato che si era affermato nella seconda metà del Novecento: per quanto fosse uno straordinario sistema di equità, sviluppo e sostenibilità, esso era comunque fondato sui presupposti delle tecnologie del tempo, che producevano un’organizzazione sociale improntata alla stabilità dei rapporti di lavoro, dei redditi, dei flussi industriali, delle relazioni sociali. Oggi, alla stabilità è necessario sostituire la complessità di network che stratificano attività produttive, interazioni ambientali, relazioni sociali, interpretazioni culturali: qui si coglie il necessario collegamento tra l’agenda ambientale e quella digitale, oltre alla dimensione politica e di governance in cui va declinato; anche in questo senso, sembra che la Commissione Europea abbia saputo ben delineare lo scenario generale. Ma questo tema merita un approfondimento a parte.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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