Immuni? È un farmakon.

Le discussioni e le polemiche sulla app che dovrebbe chiamarsi Immuni  (nome peraltro inquietante, va detto) vertono quasi sempre su questioni relative al controllo e alla possibile manipolazione delle persone. Tema che peraltro viene spesso rimandato al mittente sostenendo che “tanto i nostri dati ce li ha già Google”. E nemmeno si esce, per soprammercato, da un ulteriore recinto mentale – o presupposto, se si vuole – che ha a che fare col “valore” che diamo alla tecnologia: è cosa buona, è cosa cattiva… con la terza possibilità, che suona più o meno: “dipende da come la usiamo”. 

Ora, quest’ultima affermazione è in parte vera, ma in un modo abbastanza particolare, che tenterò di spiegare rifacendomi a Bernard Stiegler – uno dei più importanti filosofi di oggi, poco noto in Italia. Secondo Stiegler, che a sua volta si rifà a una tradizione che annovera tra gli altri Derrida e Simondon, la tecnologia è un farmakon, parola che in greco antico significa tanto veleno quanto rimedio (come spesso peraltro i farmaci sono anche dalle nostre parti). Già Platone, peraltro, disse che la scrittura, una tecnologia dell’informazione abbastanza nuova ai suoi tempi, era un farmakon  che aveva l’effetto negativo di “bloccare” il vivo flusso del pensiero. Secondo Stiegler, tuttavia la tecnologia non solo può essere veleno o rimedio, ma lo può essere nel suo modo specifico, di quella tecnologia, che in quanto tale invece ci cambia per forza. Facciamo un esempio: la calcolatrice ci apre innumerevoli possibilità di calcolo, ma nel contempo, se usata sempre, ci fa scordare le quattro operazioni. L’automobile consente la mobilità privata, ma usata anche per andare a comprare le sigarette favorisce l’obesità. 

Ora, come funzionano secondo Stiegler le nuove tecnologie dell’informazione? Per dirla in sintesi ci “automatizzano” la vita. Sui nostri smartphone arrivano degli stimoli, per esempio una pubblicità, programmati da un software sulla base delle nostre preferenze già apprese dal sistema, e noi rispondiamo, spesso in modo inconsapevole, automatico appunto. Un’esperienza comune a tutti noi credo sia di non avere più la stessa esperienza dei viaggi e dello spazio da quando esiste Google Maps o comunque un navigatore: va di qui, vai di là, gira a sinistra tra cento metri ecc. Noi siamo solo esecutori. Automi. 

Il grande potere di queste nuove tecnologie consiste nel fatto di potere fare oltre che le diagnosi, anche le previsioni, e spesso su di noi ne sanno più di noi stessi – tant’è che oggi esiste un inconscio (a noi) che risiede nei server. Insomma, demandiamo ad esse delle nostre facoltà o capacità, come del resto è sempre accaduto: la clava, la zappa, la scrittura, il libro, il motore a scoppio, l’elettricità… sono tutte tecnologie e in quanto tecnologie ci aprono un mondo di possibilità, e ne chiudono altri, e una volta che si sono affermate ci rendono dipendenti da loro. Ed è sempre stato così perché, come sostiene Stiegler, l’uomo è un animale tecnologico. 

Tuttavia, non è vero che non possiamo fare nulla, possiamo come dicevamo prima, cercare di capire come è meglio usarle. Ma dove questo “usarle” deve estendere il suo dominio di riferimento all’intera sfera sociale. Ancora una volta è meglio spiegarsi con un esempio: il motore a scoppio non implicava di per sé lo sviluppo planetario dell’automobile privata. Avrebbe potuto essere “usato” per costruire un’efficiente rete di trasporti pubblici – meno inquinante e meno costosa. E, certamente, molti lettori penseranno a questo punto: “sono le leggi di mercato a decidere delle cose”. Beh, sì… se le si lascia agire indisturbate. 

Non ne voglio, però, fare una questione di schieramento politico – del genere stato contro mercato. Quanto di politica, nel senso ampio del termine: l’uso delle tecnologie, lo sviluppo e l’evoluzione che prendono sono una questione eminentemente politica, perché letteralmente “disegnano” le nostre vite. E dunque, come d’altronde afferma un altro filosofo, italiano, Luciano Floridi, ha senso, quando parliamo di tecnologie, chiederci che tipo di mondo andranno a disegnare, perché di fatto lo faranno. E forse è meglio che, di questo design, noi si abbia il controllo, o per lo meno la volontà di averlo. 

Come farlo, è questione che esula da questo spazio, ma i riferimenti concettuali sopra brevemente tratteggiati penso si debbano tenere presenti ogni volta che si fanno scelte tecnologiche ad ampia ricaduta sociale. Anche se tese al nobile (mah?) scopo di proteggerci dalle malattie. 

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HR Consultant & Coach , Cervari Consulting
Comunicazione, risorse umane, scrittura e filosofia, con una certa passione per Watzlawick, il pragmatismo, la psicoanalisi e la filosofia politica. E coach e filosofo consulente.
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