Il piano europeo, tra realtà e propaganda

Volendo definire un criterio per classificare le notizie secondo il grado di importanza, il più razionale sembra quello del massimo impatto nella propria area di prossimità in un tempo da breve a medio, rispetto a cui si possano prendere delle decisioni. Il primo punto è evidente: una crisi economica, per dire, ha più rilevanza di un incidente stradale. Anche il secondo è chiaro, dato che una crisi economica in Italia e una in Nepal hanno un’importanza inversamente proporzionale, a seconda che si sia italiani o nepalesi. La terza condizione è forse meno ovvia, ma è fondamentale per definire il tipo di risposta che la notizia può produrre, ossia, come abbiamo visto fin dall’inizio, il suo valore di comunicazione: una notizia che si riferisce a un fatto che sta accadendo ora sollecita una risposta immediata, una che ci avverte di un fenomeno di maggior durata permette una reazione più riflessiva e articolata. In altre parole, l’orizzonte temporale del fatto di cui si dà notizia è fondamentale per definire il tipo di decisioni da prendere ossia, in ultima istanza, l’impatto complessivo del fatto stesso, che non si esaurisce nell’evento ma si protrae nella nostra risposta. Per questo, una notizia che si riferisce a un futuro non immediato può essere di importanza maggiore, dato che ci mette in condizione di elaborare una strategia complessiva e di prepararci con cura.

Proviamo a esaminare questo criterio per capire come si sta parlando del nuovo Piano per la ripresa dell’Europa: qui si trova la presentazione ufficiale in italiano, con alcuni allegati in inglese, che espone il progetto in dettaglio. In concreto, sono 540 miliardi disponibili come prestiti di solidarietà (SURE, ESM, garanzie della BEI alle imprese) e già messi sul tavolo nei mesi scorsi, di 750 miliardi del nuovo strumento NEXT-EU e di 1.100 miliardi del nuovo quadro finanziario pluriennale. La novità su cui si sono concentrate tutte le attenzioni è lo strumento NEXT-EU, ossia un incremento temporaneo del bilancio della Commissione Europea con fondi raccolti sui mercati attraverso obbligazioni a varia scadenza (da 3 a 60 anni) emesse a nome dell’intera Unione. Sono evidenti i richiami alla recente proposta franco-tedesca (qui il comunicato stampa ufficiale del governo tedesco, in inglese), tanto da rendere chiaro, se mai ce ne fossero dubbi, come l’accordo Merkel-Macron fosse stato concordato con i vertici della Commissione e servisse ad aprire politicamente la via a un progetto così ambizioso.

Il punto è che si tratta di uno strumento da attivare nel periodo 2021-2024, dunque in quel tempo medio di cui si diceva prima. La voce più importante, per un totale di 560 miliardi, è rappresentata dal “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”, che prevede “sovvenzioni (310 miliardi) e prestiti (250 miliardi), mediante l’attuazione dei piani nazionali per la ripresa e la resilienza degli Stati membri in linea con gli obiettivi individuati nel semestre europeo, ivi compresa la transizione verde e digitale e la resilienza delle economie nazionali”.

Senza entrare nei dettagli, che sono ampiamente illustrati nelle fonti indicate più sopra, è chiaro che si tratta di un importante piano di investimenti con un’agenda ben precisa, definita dalle priorità individuate fin dall’inizio del mandato di questa presidenza della Commissione e dai fattori strutturali di fragilità emersi con la nuova epidemia. Almeno nelle intenzioni, siamo davvero al Piano Marshall che auspichiamo fin dalla fine di marzo, anche perché questi fondi saranno disponibili per gli Stati membri, ma secondo una pianificazione che sia in linea con gli obiettivi europei: proprio quel misto di strategia centralizzata e attuazione decentrata che, a suo tempo, aveva caratterizzato il Marshall Plan originale. Aggiungiamo i chiari riferimenti al rafforzamento del mercato comune, all’equità sociale (anche con un adeguamento dei salari minimi su scala europea) e alla convergenza delle norme fiscali e abbiamo un percorso complessivo fortemente orientato a una più stretta integrazione europea, che forse non sarebbe sbagliato leggere come il primo frutto politico della Brexit.

A queste condizioni, non occorre essere europeisti convinti come il sottoscritto per riconoscere che si tratta di un piano molto ambizioso, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la leadership europea in alcuni settori chiave e correggere le fragilità, economiche e sociali, messe in evidenza dalla pandemia. Allo stesso tempo, non occorre essere euroscettici per rendersi conto che non si tratta di una pioggia di sovvenzioni date agli Stati membri perché ne facciano un po’ quello che gli pare, ma di un piano molto strutturato, ai cui fondi si potrà accedere soltanto per investimenti compatibili. Da questo punto di vista, i 38 miliardi di fondi europei non spesi dall’Italia non sembrano un precedente molto incoraggiante; se è vero che le disponibilità di NEXT-EU verranno erogate in proporzione all’impatto subito in seguito alla pandemia, e che dunque Italia e Spagna ne saranno i primi beneficiari, è anche vero che i 172 miliardi preventivati a sostegno del nostro paese potranno materializzarsi soltanto a fronte di progetti credibili.

In questo quadro, ci si aspetterebbe che il dibattito pubblico verta, almeno in parte, sul progetto di sviluppo per l’Italia rispetto a questa prospettiva europea: anche al di là della cospicua cifra potenzialmente disponibile, è chiaro che gli obiettivi del Green Deal, della digitalizzazione e del rafforzamento strutturale (nemmeno sotto tortura scriverò “resilienza” se non come citazione) sono strategici per il nostro paese, che comunque non può svilupparsi fuori dalla cooperazione europea e, anzi, ha molto terreno da recuperare in questo senso. Invece, gli esponenti di governo e opposizione parlano di questi soldi come se fossero fondi immediatamente disponibili e a discrezione, da utilizzare per la spesa corrente e non per gli investimenti, continuando a comprare consenso e a restare sempre più indietro, salvo battere i piedi per chiedere altri soldi all’Europa matrigna e ai tedeschi cattivi. Per le spese di emergenza, a dire il vero, esistono strumenti europei già disponibili, come abbiamo visto con il pacchetto dei prestiti di solidarietà, ma sono proprio quelli cui, per imperscrutabili motivi, la politica italiana si rifiuta di ricorrere.

Qui c’è un problema strutturale enorme, forse il più grave tra quelli che affliggono l’Italia: l’incapacità di ragionare, e discutere, su prospettive complesse e (almeno) a medio termine, concentrandosi solo sulle questioni immediate e sulle emergenze. Abbiamo visto gli effetti nefasti, in termini di morti e di danni economici, di un simile atteggiamento sul piano sanitario; proseguire così sarebbe esiziale sia per l’economia, sia per la democrazia. Uscire da questa logica richiede, come si diceva all’inizio di questo articolo, innanzitutto la capacità di leggere le notizie e interpretare i dati; con questa politica e con questa informazione, non c’è molto da aspettarsi.

Per questo, è importante recuperare la necessaria lucidità e profondità di prospettiva, in modo da progettare soluzioni a partire dalla realtà e dalla volontà di chi è in grado di farlo. Per questo, dobbiamo cominciare davvero a pensare da europei.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
×
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
Latest Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ridimensiona font
Contrasto