Fuori dall’emergenza – la risposta economica

Proseguiamo con la disamina critica dell’approccio emergenziale e le modalità con cui potremmo uscirne, adottando una strategia più articolata e capace di gestire meglio le risorse e perseguire obiettivi che vadano oltre il brevissimo termine. Dopo alcune considerazioni introduttive, ho provato a mettere a fuoco il versante sul quale i danni della logica dell’emergenza si manifestano con più evidenza, quello sanitario.

Ora vorrei dedicare qualche minuto del tempo di chi ha la bontà di leggermi a riflettere sul lato dell’economia, la cui rilevanza è difficile da ignorare. Proviamo, allora, a passare in rassegna alcuni tratti delle decisioni annunciate e degli obiettivi proclamati in queste settimane:

  • spendere cospicue risorse in assistenza per mitigare i danni prodotti dalla sospensione delle attività in seguito al lockdown;
  • riaprire per ripartire, nella convinzione che basti superare le norme restrittive per tornare come prima;
  • spendere a debito, per superare la crisi del momento, con la certezza che l’aggravio di debito pubblico (e privato, con i finanziamenti garantiti dai fondi pubblici), ancorché a bassi interessi, non sia un problema.

La prima nota su questo approccio è già stata fatta: si tratta, in larga prevalenza e a più di due mesi dall’avvio del lockdown, di annunci e proclami, non di misure effettivamente attuate. Questo dato non è certo trascurabile, non solo per la sua ovvia rilevanza: gli assegni di cassa integrazione non ancora erogati, i bonus distribuiti a macchia di leopardo, i finanziamenti alle imprese in difficoltà nell’alto mare del sistema bancario e nell’incertezza di garanzie ancora fumose, per citare solo i casi più macroscopici, sono altrettanti problemi drammatici. 

Ma la prevalenza del proclama sul fatto non è soltanto il più classico indice della cattiva amministrazione: qui siamo di nuovo in presenza degli effetti della logica emergenziale, che vede i problemi quando si manifestano ed è incapace di prevederli, quando non finge, quasi scaramanticamente, di non accorgersene. Anche qui, il paragone con la Germania è assai poco lusinghiero. I tedeschi, infatti, già il 13 marzo avevano annunciato, con una conferenza stampa dei ministri Scholz (finanze, vicecancelliere) e Altmaier (economia) di avere a disposizione 500 miliardi per finanziare le imprese nelle prevedibili difficoltà, oltre ad altri interventi di riduzione delle imposte ed erogazione di fondi per la loro cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali. Va notato che questi stanziamenti sono stati fatti (non decisi o annunciati, fatti) 9 giorni prima dell’inizio del Kontaktverbot, l’insieme delle norme di distanziamento sociale entrato in vigore in Germania il 22 marzo e che già il 20 aprile ha iniziato ad allentarsi sensibilmente. Ancora una volta, la differenza tra emergenza e pianificazione strategica si mostra nei diversi effetti: gli interventi pubblici tedeschi sono stati molto più tempestivi, generosi e risolutivi di quelli italiani.

Ma c’è un secondo punto che mi sembra ancora più importante e, se possibile, più grave. La risposta italiana alla crisi economica si gioca tutta nel ricondurla a una sorta di effetto collaterale del lockdown, senza soffermarsi ad analizzarne le eventuali cause più profonde. Ciò produce due ordini di implicazioni:

  • in primo luogo, crea una falsa contrapposizione tra economia e salute, tanto che la prima è danneggiata dagli interventi necessari per proteggere la seconda, con il risultato che qualunque critica all’eccessiva restrittività delle misure italiane viene squalificata sul piano morale, con l’accusa di egoismo;
  • in secondo luogo, si dà come obiettivo solo quello di lenire le conseguenze immediate, attraverso interventi di natura prevalentemente assistenziale, con l’obiettivo di tornare semplicemente allo stato di cose di prima della crisi, vista come una condizione quasi ottimale.

Vorrei soffermarmi sul secondo punto, che mi sembra fondamentale. Per quanto sia innegabile che il lockdown abbia colpito duramente le tasche e le vite di molti, è difficile dire che la situazione precedente fosse ottimale; ancor più, non ci si può negare che questa crisi abbia esposto fragilità e problemi di natura strutturale. L’elenco è molto lungo e non può certo essere esaurito qui, anche perché ogni voce andrebbe esaminata a fondo, individuando per ciascuna delle possibili soluzioni. Tuttavia, è possibile citare come primo esempio l’arretratezza nella digitalizzazione, che rende molto complesso il ricorso al remote working: se si vuole che non sia solo una soluzione di emergenza ma una strategia di sviluppo, non si tratta solo di restare a casa, ma di integrare le diverse funzioni e processi in modo efficiente e controllabile, mettendo a fattor comune informazioni e risorse. Un altro è l’inefficienza della pubblica amministrazione, che questa volta ha dato una prova davvero disastrosa: qui ci sarebbe moltissimo da fare, riprogettando praticamente tutto e realizzando investimenti significativi nella formazione e nella digitalizzazione. Ancora più strutturale, il problema della polverizzazione del tessuto produttivo, che rende (come abbiamo visto) molto difficile sia realizzare le necessarie condizioni di sicurezza, sia definire in modo puntuale le esigenze delle varie aziende in contesti di crisi, sia programmare e realizzare gli investimenti; anche qui, la risposta potrebbe essere l’integrazione orizzontale delle aziende, con strutture capillari, agili e digitali, capaci di intervenire con efficacia.L’elenco, come ho detto, potrebbe (e dovrebbe) andare avanti molto a lungo. Quello che interessa, qui, è che la logica dell’emergenza produce al massimo interventi assistenziali a pioggia, quando ci riesce. Ben altra cosa da quella profonda ristrutturazione di cui ci sarebbe davvero bisogno, il piano Marshall che questa crisi avrebbe potuto, finalmente, rendere possibile. Tutto questo non è solo auspicabile, è necessario: basti pensare a quanto poco sostenibile fosse il nostro debito prima dell’emergenza, per rendersi conto, se non altro, che potrebbe essere devastante tornare semplicemente alle condizioni di prima con ancora più debiti, senza aver fatto nulla per migliorare il funzionamento del paese.

Il bello è che potrà rinnovarsi e sfruttare quest’occasione proprio chi ne avrebbe meno bisogno, aumentando ancora il nostro divario: ed è solo colpa di questo paese per il quale, nonostante tutto, ci ostiniamo a cercare una via d’uscita.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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