Fuori dall’emergenza – La risposta democratica

Finora ho cercato di esporre le conseguenze prodotte dall’approccio emergenziale: dopo un tentativo di inquadramento generale, ho provato a mettere in evidenza i diversi risultati ottenuti, dal punto di vista sanitario come da quello economico, a seconda del diverso grado di organizzazione e pianificazione di decisioni e interventi. L’assunto di base è che la forma mentis dell’emergenza è opposta a quella dell’analisi e della strategia: per dirla con una metafora, se la casa va a fuoco, forse è il caso di cercare di spegnere le fiamme e non di installare un rilevatore di fumo, ma l’incendio si doma comunque meglio se si prendono i secchi, si forma una catena e si coordina l’azione di spegnimento; soprattutto, una volta che le fiamme hanno smesso di divampare, è meglio salvare quello che si può e soprattutto ricostruire una casa ignifuga, invece di continuare a tirare secchiate.

Dico tutto questo per ricordare che la risposta concitata e miope dell’emergenza, anche se poco efficiente, è a volte necessaria, ma che proprio per questo bisogna essere in grado di passare, il prima possibile, a una prospettiva più razionale e avveduta: questa è una delle prime responsabilità di chi deve prendere delle decisioni e, in particolare, della politica. Insomma, è giunto il momento di chiedersi come mai in alcuni paesi, tra i quali, con ogni evidenza, il nostro, la politica non riesce a uscire dall’emergenza; in altre parole, se non vi sia, nel perdurare di questo atteggiamento, una forma di convenienza, a dispetto degli evidenti problemi che esso genera.

La risposta è, a tutta prima, assai semplice: l’emergenza conviene perché sospende il normale processo di attribuzione delle responsabilità. Ogni volta che si verifica un problema, infatti, sarebbe buona pratica ricostruirne l’origine, evidenziarne le caratteristiche immediate e le conseguenze di lungo periodo, per definire un piano d’azione complessivo nel quale si indichino chiaramente risorse, obiettivi e responsabilità. Dato che spesso non è facile svolgere tutto questo lavoro analitico e decisionale in breve tempo, è opportuno disporre di protocolli e piani preliminari, che possano essere adattati rapidamente. Il problema è che in questo modo si deve decidere, il che significa scegliere tra diverse alternative, e dunque sottoporsi al giudizio sul proprio operato. L’emergenza, invece, opera, per così dire, un’azione di appiattimento cognitivo: si è obbligati ad agire, subito, senza possibili alternative; anzi, qualunque proposta di valutare con cura le diverse opzioni può essere tacciata di indifferenza, se non di disfattismo. Così, non esistendo alternative, non c’è nessuna assunzione di responsabilità.

Il problema è che, qui, le conseguenze sono molto più gravi: se, rispetto a un problema specifico, agire senza la necessaria lucidità raramente produce la soluzione migliore, in genere le conseguenze sono comunque limitate e circoscritte. Per esempio, gestendo con maggiore lucidità le otto settimane di lockdown, avremmo potuto avere diagnosi più precoci, focolai tenuti maggiormente sotto controllo, minore saturazione delle terapie intensive, pazienti meno gravi e forse meno contagi e meno morti. Se, fin dall’inizio, ci si fosse posti il problema di fare più tamponi, capire quali erano le situazioni di maggiore rischio e attrezzare il territorio, probabilmente la performance italiana sarebbe stata un po’ più vicina a quella tedesca.

Allo stesso modo, agendo in maniera più razionale sul piano economico avrebbe significato avere maggior contezza delle risorse disponibili, organizzare meglio l’erogazione degli aiuti e, soprattutto, evitare di mettere ogni singola misura in un enorme pacchetto legislativo, sempre più ambizioso e comprensivo, che doveva vedere la luce nelle prime settimane di aprile e ancora, vicini ormai alla metà di maggio, continua a essere procrastinato, per motivi sempre meno comprensibili. Tutto ciò, ovviamente, a scapito delle mille esigenze disperse per tutto il paese, appese a promesse che nessuno si cura nemmeno di smentire.

Insomma, le conseguenze sono visibilmente gravi, persino drammatiche. Ma l’effetto di questa spudorata elusione di ogni responsabilità sul tessuto democratico del paese è, se possibile, ancora peggiore: uno dei principi cardine di ogni democrazia è, infatti, il criterio di responsabilità (the State must be held accountable).

Responsabilità che comporta il dovere della trasparenza e il diritto a partecipare al dibattito: in una democrazia il processo decisionale, per funzionare, deve essere pubblico, partecipato e vincolante. La logica dell’emergenza aggira tutte queste prescrizioni, perché:

  • le decisioni vengono prese in comitati ristretti, sulla base di criteri imperscrutabili, con la giustificazione dell’interesse superiore e senza che si venga a sapere nulla dei criteri che le hanno informate;
  • la necessità di agire in tempi ridotti impedisce comunque ogni dibattito, tanto che i normali processi democratici vengono ridotti alla stregua di orpelli per tempi meno pressanti, secondo la celebre massima di non disturbare il manovratore;
  • le decisioni prese, però, hanno spesso il carattere dell’imperscrutabilità: tra norme indecifrabili, prese di posizione variamente arbitrarie, sovrapposizioni e conflitti tra i diversi livelli di autorità, confusione generale e comunicazione opaca, ne risulta un paradossale rovesciamento paternalistico, per cui i meriti sono tutti dei governanti e le colpe dei governati.

Tutto ciò porta alla negazione del fondamentale presupposto di ogni Stato di diritto, nel quale i cittadini sono gli ultimi depositari di ogni potere decisionale e pertanto hanno il dovere primario (e il diritto incoercibile) a informarsi per deliberare. In altre parole, a essere trattati, e a comportarsi, da adulti, secondo la fondamentale definizione kantiana dell’Illuminismo come “l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità in cui è caduto per sua colpa”. Ecco, l’emergenza funziona perché deresponsabilizza a tutti i livelli: il governo, che si trova i pieni poteri senza doverne rendere conto, i cittadini, che vengono coinvolti nell’attuazione delle decisioni e possono stigmatizzare ogni critica. Uno dei portati fondamentali di questo apparato perverso è la moralizzazione dei provvedimenti, come si è visto con le norme per il lockdown. Queste norme hanno un senso dal punto di vista della profilassi, dato che diradano i contatti e con ciò le occasioni di contagio, ma funzionano davvero soltanto se sono inquadrate in una strategia globale di test, tracciamento e terapia. Invece, sono state fatte valere quasi come dei comandamenti morali, dal valore assoluto: ecco che restare a casa e muoversi il meno possibile, da prescrizione igienica, sono diventati comportamenti imprescindibili, dal valore quasi sacramentale, alla cui osservanza tutti, cittadini, autorità e forze dell’ordine, sono chiamati a presiedere. Ecco che questa deresponsabilizzazione diventa complicità: a queste condizioni, reintegrare i normali processi democratici diviene, ogni giorno, più difficile.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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