Come superare un modello in crisi

Provo a fare un punto su questo lungo e tortuoso giro, iniziato evidenziando alcuni problemi paradigmatici nella difficoltà di impostare livelli affidabili di sicurezza nella filiera industriale, individuandone l’origine nel processo di esternalizzazione,  che è al centro dell’attuale modello economico, basato proprio sull’espulsione di tutto ciò che non sia immediatamente computabile nel calcolo di investimenti e ritorni.

Ora, che questo modello sia difficilmente sostenibile è ormai abbastanza chiaro. Forse non lo è altrettanto, però, che questa insostenibilità sia di natura strutturale. In altre parole, non basta introdurre alcuni accorgimenti e tutto tornerà come prima: proprio come nel caso della pandemia, la crisi ha evidenziato delle distorsioni di fondo che sono inscindibili dalla normalità a cui si vorrebbe ingenuamente tornare. Schematicamente, questi problemi strutturali possono essere evidenziati in questi termini:

  • una distorsione di prospettiva: mettendo al centro solo e soltanto il calcolo di redditività degli investimenti, si perde di vista il contesto generale su cui insiste una data attività economica (le ormai famose esternalità). In questo senso, il tentativo di correggere questo calcolo introducendo delle variabili di costo legate, per esempio, all’impatto ambientale (come la carbon tax) non risolvono il problema ma si limitano, al meglio, a posticiparlo;
  •  una distorsione di gerarchia: la centralità del capitale rispetto ai suoi impieghi fa sì che ogni scambio viene visto nella prospettiva dell’incremento di capitale e non del soddisfacimento di altri bisogni. In questo modo, la funzione stessa del mercato viene meno, dato che non è più il luogo dove si mediano i bisogni e le eccedenze di diversi attori in funzione delle loro esigenze, ma semplicemente uno snodo nei flussi finanziari. Ciò fa sì che si crei un incentivo strutturale alla formazione di monopoli e rendite di posizione, in cui la redditività possa essere incrementata a dismisura;
  • una distorsione di funzione: dato che le diverse attività sono organizzate in funzione della redditività di capitale, questo ne è l’unico criterio di ottimizzazione. Ne deriva la tendenza alla monocoltura economica e all’integrazione verticale, in cui da un lato singoli distretti si iperspecializzano in un settore specifico, dall’altro questi settori vengono integrati lungo percorsi rigidi e centralizzati. Un esempio classico è l’industria alimentare e in particolare l’allevamento, soprattutto di bovini: alcune aree vengono impiegate esclusivamente per la coltivazione estensiva destinata alla produzione di mangimi, altre per l’allevamento intensivo degli animali e, infine, intere filiere alla macellazione, lavorazione, confezionamento e distribuzione della carne. Questo sistema non è necessariamente più efficiente dal punto di vista produttivo rispetto ad altre soluzioni, come il pascolo, ed è certamente meno sostenibile; tuttavia, permette una maggiore concentrazione delle filiere produttive tra pochi attori consolidati, e tanto basta. Un altro esempio è la specializzazione dei territori, che vengono schiacciati su singoli comparti, di qualsiasi genere essi siano. Si pensi, per esempio, ai danni economici devastanti subiti in questa pandemia da intere zone d’Italia, nelle quali si è deciso di puntare quasi tutto soltanto sul turismo.

Ora, che questo modello presenti dei problemi strutturali è chiaro. Ma la storia ha in serbo un’importante lezione: un modello, per quanto difettoso, non cade se un altro non è già pronto a sostituirlo e, anche così, è raramente un processo indolore, anche quando fosse incruento. La storia, però, ci dice un’altra cosa importante: che la crisi di un modello si avverte quando un altro è già pronto a sostituirlo, per quanto la sua realizzazione possa essere diversa da quello che ci si aspetta.

Per capire quale sia questo nuovo modello, partiamo da un assunto che abbiamo già acquisito: un modello economico e sociale è, essenzialmente, lo sviluppo di un criterio di valore definito come centrale all’interno della rete di tecnologie e relazioni che opera in un dato contesto. Per esempio, il modello feudale era organizzato sul valore della protezione da nemici terreni e celesti, a partire da una serie tecnologie ben definite (militari, produttive, dei trasporti, della conoscenza) e da strutture sociali che trovavano la loro rappresentazione nella metafora del gregge (il popolo era l’armento, i nobili i cani da guardia, i sacerdoti i pastori). Questa struttura resse per circa otto secoli, dall’Alto Medioevo al Seicento; nonostante ci fossero già da tempo modelli alternativi, come le città indipendenti e le varie leghe e repubbliche, basate su presupposti economici (il commercio) e sociali (la nascente borghesia mercantile e i lavoratori liberi) del tutto diversi, con assetti politici e istituzionali altrettanto differenti. Per farla crollare, fu necessario che emergesse una struttura alternativa, quella dello stato nazionale con le manifatture, le leggi e i commerci intercontinentali, in seguito all’avvento di diverse tecnologie (la polvere da sparo, la stampa, la navigazione oceanica) e a tre grandi rivoluzioni (la Riforma protestante, la conquista delle Americhe, la nascita delle scienze moderne).

Ora, è chiaro che i tempi della storia si sono notevolmente accelerati e il modello socio-economico della società industriale si è fortemente evoluto, passando nell’arco di un paio di secoli dalla globalizzazione coloniale e dall’industrializzazione “di frontiera” alle diverse forme di stato sociale, fino all’attuale sistema di globalizzazione industriale e capitale finanziario. In ogni caso, le diverse incarnazioni di quello che potremmo chiamare il modello industriale hanno avuto gli stessi punti fermi:

  • la scarsità di materie prime: tutto il ciclo industriale consiste nel valorizzare, attraverso varie lavorazioni, i materiali immessi nel ciclo e ad essi preesistenti. La loro scarsità costituisce quindi sia l’indice di valore iniziale, sia il limite superiore della quantità di prodotti lavorati realizzabili, e quindi la garanzia del loro stesso valore;
  • la replicabilità e articolazione del ciclo, che è tale solo perché è in grado di fornire prodotti costanti nel tempo. Il prodotto finale riassume tutte le fasi della lavorazione, che può avvenire anche lungo filiere estremamente lunghe e complesse;
  • la centralità del lavoro umano come attività di valorizzazione all’interno del ciclo produttivo e di definizione delle articolazioni sociali e delle politiche economiche. Di conseguenza, l’intero sviluppo storico di questo modello ha avuto al centro le condizioni di lavoro e l’occupazione.

Questi elementi di base hanno organizzato tutto il gioco delle varie forze in campo, con uno sviluppo tecnologico condizionato dalle risorse disponibili, orientato alla realizzazione di nuove filiere o al miglioramento di quelle esistenti, messo in pratica in diverse forme di lavoro. Qui entra in gioco un fattore decisivo: proprio questo sviluppo sta mettendo in crisi i presupposti stessi del modello. La digitalizzazione e le energie rinnovabili, infatti, agiscono a tutti i livelli:

  • aboliscono la scarsità di materie prime, dato che le energie rinnovabili sono per definizione inesauribili e il funzionamento dei sistemi digitali richiede solo un certo afflusso di energia;
  • l’organizzazione dei cicli produttivi si libera, in sostanza, di ogni rigidità collegata alle filiere industriali, dato che le informazioni necessarie al loro funzionamento vengono distribuite in una struttura a network, completamente dinamica e non riducibile alle filiere industriali classiche;
  • quote sempre maggiori della produzione di valore avvengono in assenza di lavoro o con un apporto di lavoro significativamente diverso. Ciò significa che la centralità del lavoro all’interno delle strutture sociali va riducendosi sempre più.

Al tempo stesso, si è affermato un nuovo limite superiore alle capacità produttive e alle attività umane in generale, quello della sostenibilità ambientale, espresso in modo particolarmente pressante dalla crisi climatica ma non certo limitato ad essa: anche la crisi di questa pandemia, e di quelle che sembrano destinate a seguirla, ha evidentemente a che fare con il nostro modo di produrre, consumare, abitare, muoverci, in una parola, vivere. L’effetto combinato delle distorsioni strutturali viste prima, delle conseguenze di questo nuovo paradigma tecnologico e della crisi di sostenibilità  ambientale dovrebbe, a questo punto, rendere possibile la sostituzione del modello precedente con uno nuovo, orientato a partire dalle sue due componenti. quella ambientale e quella digitale.

Nel prossimo articolo cercherò di mettere in chiaro alcune delle possibili caratteristiche di questo nuovo modello. Da qui dovrebbero discendere le scelte concrete da fare nel prossimo futuro, a tutti i livelli.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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