Chi attuerà il nuovo piano Marshall?

Quando si parla dei progetti per la ricostruzione delle economie colpite dalla pandemia COVID-19, si pensa subito agli stanziamenti degli stati nazionali e ai progetti europei. Si tratta, in effetti, di numeri impressionanti: secondo un riepilogo del Financial Times del 30 marzo, la Germania avrebbe messo sul tavolo 156 miliardi di spese e altri 500 di garanzie bancarie, la Francia 45 miliardi cash e altri 300 di garanzie, l’Italia dovrebbe arrivare a 60 miliardi di spesa e 420 di garanzie, negli USA si parla di duemila miliardi di dollari di “stimolo”. A queste cifre si aggiungono, da questa parte dell’Atlantico, i 500 miliardi di euro decisi dall’Eurogruppo e il budget da più di tremila miliardi annunciato da von der Leyen al Parlamento europeo, oltre al programma di riacquisto titoli della BCE, che dovrebbe coprire fino a 870 miliardi.

Certo, gran parte di queste somme sono solo annunciate, ma è chiaro che si tratta di stanziamenti senza precedenti. Il punto, però, è che, se si vuole parlare di piano Marshall, non conta tanto il quanto ma il cosa: dopotutto, come ha ricordato Stefano Tombolini, il valore complessivo del piano era di “appena” 13 miliardi di dollari, equivalenti a 143 a valori del 2017 in un periodo di 4 anni (dal 1948 al 1952). Insomma, la sola Germania avrebbe stanziato, e solo per l’anno in corso, fondi da spendere direttamente superiori a tutto il piano Marshall.

Ma, come si diceva, la vera forza di questo piano è stata la capacità di investire in attività capaci di creare valore, generando una leva molto superiore allo stanziamento iniziale. La gran parte delle risorse di cui si è parlato finora, invece, sembra destinata soprattutto a far fronte alle perdite immediate causate dal lockdown (con un’importante eccezione di cui parlerò tra poco): insomma, un grande piano assistenziale, doveroso e forse necessario, che però mirerebbe essenzialmente ad assorbire lo shock e a ripristinare lo status quo ante rispetto all’epidemia.

Da questo punto di vista, sembra che stia emergendo un nuovo genere di attori che, pur con cifre molto più esigue, parrebbe muoversi in maniera più affine alle linee di Marshall. Uno di questi è Bill Gates, che con la sua fondazione ha dichiarato di voler costruire fino a 20 fabbriche per la produzione di altrettanti vaccini selezionando quelli più promettenti fin dalle fasi iniziali, ben sapendo che solo due o tre supereranno tutti i trial: in questo modo, si accelererebbero drasticamente i tempi per produrre e distribuire il rimedio all’epidemia e la perdita economica sarebbe accettabile a fronte di questo beneficio. Un altro è Jack Dorsey, CEO di Twitter, che vuole donare un miliardo di dollari (il 28 per cento della sua ricchezza personale) per un fondo che finanzi progetti a lungo termine dedicati inizialmente al contrasto della pandemia e, in seguito, al reddito di base universale, alla salute delle bambine e all’istruzione. A questo si aggiunge l’inedita alleanza Apple-Google per lo sviluppo di un framework comune tra i due sistemi operativi in modo da facilitare lo sviluppo di app per il tracciamento dei contagi.

I tre progetti sono significativi proprio perché rappresentano azioni concrete e mirate per facilitare processi di sviluppo industriale, sposando in pieno lo spirito di Marshall. Il terzo, poi, è potenzialmente dirompente: due megacorporation si alleano per gestire in modo più efficace, apparentemente al di là delle rivalità commerciali e in nome di un interesse universale, un patrimonio enorme sulla cui effettiva proprietà ci sono parecchi dubbi, cioè i dati degli utenti. Google e Apple, così, cercano di affermarsi come soggetti di un tipo completamente nuovo: non stati o organizzazioni sovrastatali, ma nemmeno più semplici aziende private, visto che aspirano a gestire un bene non loro per finalità pubbliche.

Non è questo il luogo per esaminare la straordinaria portata politica di un passaggio del genere, in cui la posizione dominante sul mercato diviene la leva per intervenire nella vita pubblica delle comunità e privata dei cittadini. Si può dire, però, che un passaggio del genere introdurrebbe una forte soluzione di continuità tra il prima e il dopo di questa pandemia, attribuendo a questi nuovi soggetti un ruolo ancora più decisivo e, di fatto, definendo un campo di attività che ricadrebbe completamente al di fuori degli ambiti di sovranità nazionale o sovranazionale.

Se quest’ultima si esercita essenzialmente nello spazio fisico, si affermerebbe la capacità di Apple, Google e simili di agire sovranamente nello spazio delle informazioni, ovviamente per il bene dell’umanità, secondo la prassi, consolidata da millenni, con cui ogni nuovo potere trova la propria affermazione.

Ecco, allora, che si può cogliere l’altezza della sfida a cui è chiamata quell’eccezione cui facevo riferimento più sopra: la Commissione Europea è oggi l’unico soggetto, su scala globale, in grado di lanciare un vero e proprio piano Marshall, assumendosi il compito di ridefinire (anche a partire dalle due direttrici che avevo indicato in precedenza) il modello produttivo e sociale che dovrà affrontare le prossime pandemie e la crisi climatica. Qui la risposta al COVID e il Green Deal si saldano con il terzo pilastro dell’agenda europea, la digitalizzazione. Soltanto definendo un piano di azioni incisive e dirette, che usino i fondi per promuovere lo sviluppo di tecnologie e soluzioni capaci di creare una vera leva industriale e trasformare il modello sociale e produttivo, sarà possibile evitare una radicale perdita di sovranità in uno spazio importante almeno quanto quello tradizionale.

Info Autore
Chief of Strategy , Tombolini & Associati
Ho studiato filosofia alla Sapienza (tesi su Hegel, dottorato su Husserl, qualche pubblicazione qua e là) e, fin dai miei ultimi anni da studente, lavoro nella comunicazione e nell’analisi strategica. Adesso faccio queste cose con Tombolini & Associati, di cui sono socio e partner.
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